Dove sono finiti i volontari?
Si sente spesso dire che le associazioni fanno fatica a trovare nuovi volontari.
È un tema che emerge nelle riunioni, negli incontri tra associazioni e nelle conversazioni di chi ogni giorno dedica tempo e impegno alla propria comunità.
Di fronte a questa difficoltà, la tentazione è quella di cercare una spiegazione semplice. I giovani non hanno più voglia di impegnarsi. Le persone pensano solo a sé stesse. Oggi nessuno vuole assumersi responsabilità.
Ma siamo sicuri che sia davvero così?
Forse, prima di chiederci dove siano finiti i volontari, dovremmo domandarci se non sia cambiato il modo di fare volontariato.
Per molti anni il volontariato è stato vissuto come un impegno stabile e duraturo. Si entrava a far parte di un’associazione e spesso vi si rimaneva per decenni. Si costruivano relazioni profonde, si acquisivano competenze e si contribuiva alla crescita di una realtà che diventava quasi una seconda famiglia.
Oggi il contesto è diverso
Le vite sono più mobili, i percorsi professionali meno lineari, gli orari di lavoro più variabili. Le persone cambiano città più frequentemente, hanno impegni frammentati e faticano a programmare il proprio tempo con largo anticipo.
In questo scenario, chiedere un impegno continuativo può risultare più difficile di un tempo.
Questo non significa necessariamente che sia diminuita la disponibilità ad aiutare gli altri.
Significa che spesso sono cambiate le modalità con cui le persone scelgono di farlo.
Molti giovani partecipano a iniziative occasionali, eventi, raccolte fondi o progetti specifici. Altri mettono a disposizione competenze professionali, capacità organizzative o conoscenze digitali. Alcuni preferiscono dedicare poche ore al mese, compatibilmente con studio, lavoro e famiglia.
Forse non siamo di fronte a una scomparsa del volontariato.
Forse stiamo assistendo a una sua trasformazione.
Per le associazioni questa trasformazione rappresenta una sfida importante.
Occorre imparare a dialogare con persone che hanno disponibilità diverse rispetto al passato. Occorre trovare modalità di coinvolgimento più flessibili. Occorre spiegare con chiarezza perché il contributo di ciascuno, anche quando limitato nel tempo, può fare la differenza.
Perché non esiste soltanto un modo di essere volontario.
C’è chi dedica molte ore alla settimana e chi può offrire soltanto qualche momento libero. C’è chi accompagna persone alle visite mediche, chi aiuta nell’organizzazione, chi si occupa della comunicazione, chi mette a disposizione competenze professionali maturate nel proprio lavoro.
Ogni contributo ha un valore
Anche per questo motivo il futuro del volontariato non dipenderà soltanto dalla capacità di trovare nuove persone.
Dipenderà dalla capacità di costruire ponti tra generazioni diverse, esperienze diverse e disponibilità diverse.
Le associazioni hanno bisogno dell’entusiasmo e delle competenze delle nuove generazioni.
Le nuove generazioni hanno bisogno di luoghi in cui sentirsi utili, partecipare alla vita della comunità e costruire relazioni autentiche.
L’incontro tra questi due bisogni può diventare una straordinaria opportunità.
Forse la domanda giusta, allora, non è dove siano finiti i volontari.
La domanda è un’altra.
Siamo pronti a riconoscere che il volontariato sta cambiando e ad accogliere nuove forme di partecipazione?
Perché il desiderio di aiutare gli altri probabilmente non è scomparso.
Ha soltanto assunto forme diverse da quelle a cui eravamo abituati.
E come accade quando si guarda l’orizzonte, qualche nuvola può attirare subito la nostra attenzione. Ma basta alzare lo sguardo per accorgersi che il cielo è molto più ampio delle nuvole che lo attraversano.
Il futuro del volontariato è probabilmente così: una strada ancora tutta da costruire, ricca di sfide, ma anche di nuove possibilità.
