L’altro, da volto a bersaglio.
Il Giorno della Memoria, appena trascorso, non è una data che si esaurisce allo scoccare della mezzanotte di ogni 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz.
Sicuramente vi chiederete perché nominarlo ora, quindi. Sul web e sui social siamo abituati al marketing legato all’istante, al momento esatto in cui qualcosa avviene.
Ma non in questo caso.
Perché la memoria è cosi.
Resta.
Resta nelle domande che continuano a tornare, nei silenzi che chiedono attenzione, nelle immagini che non smettono di interrogare il presente.
È un avvertimento che non appartiene al passato.
Ci ricorda cosa accade quando l’altro smette di avere un volto e diventa una generica categoria.
Quando una persona viene ridotta a un’etichetta, a un numero può assumere l’assurdo ruolo di problema da eliminare.
Ci sono notizie che sembrano lontane.
Succedono altrove, in altri Paesi, in altri contesti.
Le leggiamo, le ascoltiamo, le scorriamo sui feed social. E poi passiamo oltre.
Eppure, a guardarle bene, sono tutte notizie che raccontano la stessa storia.
Cambiano i luoghi, cambiano i numeri, cambiano i nomi.
Ma il meccanismo è identico: quando l’altro smette di essere una persona, diventa un problema.
O, peggio ancora, diventa un bersaglio.
Succede nei conflitti armati.
Succede nelle repressioni, nelle violenze, nelle migrazioni criminalizzate.
Succede anche quando il problema è vicino, quando riguarda i territori, le comunità, le fragilità che avremmo potuto vedere arrivare.
Scale diverse, stessa logica.
L’altro viene semplificato, ridotto, allontanato.
Non è più un volto, ma un numero.
Non è più una storia, ma un fastidio.
Non è più una persona, ma qualcosa da gestire o da evitare.
L’altro fa paura.
Perché è diverso.
Perché ci ricorda che siamo vulnerabili.
Perché incrina l’idea che tutto sia sotto controllo.
Per primo, nasce e cresce il disinteresse, spesso in modo inconscio.
Un disinteresse che sempre più spesso, alimentato da una conoscenza non sempre completa del problema (e dalla paura, ma sono due facce della stessa medaglia), scivola nell’ostilità.
Perché è più facile difendersi da ciò che non si conosce che provare a comprenderlo.
C’è però un luogo in cui questo meccanismo si inceppa.
È il luogo dell’esserci.
Quando sei presente, davvero presente, l’altro non è più un concetto.
Non è una categoria, non è una definizione, non è un problema astratto.
Ha un volto.
Ha una voce.
Ha una storia che non puoi ignorare.
Nel contatto stretto, nell’operare sul territorio, nelle relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno, l’altro non può diventare un nemico.
Perché il nemico è sempre lontano.
È sempre astratto.
È sempre raccontato da qualcun altro.
Chi incontri, chi accompagni, chi ascolti, non può certamente più fare paura
Diventa una persona. E questo cambia tutto.
Cadash nasce esattamente qui.
Nello spazio in cui l’altro torna ad avere un nome.
Nella scelta quotidiana di esserci, senza bandiere, ma non senza valori.
Senza grandi proclami, ma con gesti concreti.
Non possiamo cambiare tutto.
Ma possiamo scegliere di non abituarci all’indifferenza.
Possiamo scegliere di esserci.
